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ALESSANDRO ALBERANI - Seconda sessione

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Prima di entrare nel merito e rispondere alle domande poste dal moderatore, intendo fare una breve premessa cogliendo alcune sollecitazioni che sono venute da questo dibattito.

Da molti anni svolgo alcune docenze sul tema del lavoro nelle classi di 4ª o di 5ª superiore incontrando così molti giovani studenti, e utilizzando le tecniche formative, propongo spesso dei giochi di gruppo. Uno di questi giochi consiste nel chiedere ai ragazzi che lavoro vorrebbero fare nella loro vita. Orbene da questo seppur limitato personale osservatorio, che ormai raccoglie risposte da ben quindici anni, risulta che, oggi, molti ragazzi vogliono fare i giornalisti, i calciatori, i manager, le veline, altri gli psicologi, lavorare nella comunicazione, molti vogliono “semplicemente” avere successo. Mai che senta rispondermi (come qualche anno fa!): l’impiegato, il professore universitario o professioni del genere.

Tale premessa per sottolineare che il problema del lavoro oggi sottende una questione soprattutto culturale che non possiamo sottovalutare perché legata ad un modello di cambiamento trasversale che porta, ad esempio, i ragazzi, terminate scuole secondarie, a fare scelte spesso poco consapevoli e magari fortemente indirizzate, per non dire condizionate, dai genitori iscrivendosi così all’Università senza avere una precisa idea.
Il secondo problema, molto ben evidenziato anche da Sua Eminenza Cardinale Caffarra ad un convegno sul valore del lavoro, è di carattere educativo in quanto la scuola oggi non educa al vero senso del lavoro.

"Educare al lavoro" vuol dire conoscere il mondo del lavoro, le professioni, le leggi, la storia. Quando non c’è educazione al lavoro, il giovane si trova inevitabilmente a scegliere senza alcuna consapevolezza circa il suo futuro lavorativo e professionale.
Manca effettivamente un collegamento tra la Scuola, l’Università e il mondo del Lavoro. Credo che la Professoressa Pombeni, con l’esempio del barista che attraverso il lavoro implementa la competenza relazionale, e il Professor Gori, che ha richiamato l'attenzione sul tema delle potenzialità e delle capacità relazionali che sarebbero pari alle capacità scientifiche e professionali, abbiano colto perfettamente nel segno.

Affrontando ora il tema del mercato del lavoro devo purtroppo evidenziare un malcostume radicato nel nostro Paese, ove infatti continua a vigere la regola del “meglio la raccomandazione che l’equità”. Si tratta di una prassi diffusa: molti ragazzi non chiedono più di essere orientati nel mondo del lavoro ma di essere raccomandati ad un lavoro.  Sono invece fermamente convinto che l’unica buona prassi resti quella di indirizzarli più proficuamente verso opportunità di crescita esistenti sul territorio come ad esempio quelle opportunità espresse dal Careers Service. Purtroppo vige ancora la mentalità del contatto personale.

Esiste poi il problema delle regole. La riforma del mercato del lavoro, voluta fortemente dal compianto Professor. Biagi, era per noi necessaria, anche se va migliorata inserendo elementi di concertazione tra le parti sociali.

La riforma era comunque, come ho detto, necessaria: sapete qual era la percentuale di individui che il sistema pubblico avviava nel mercato del lavoro? Il 4%. Sapete qual è il dato del sommerso e del lavoro nero nel nostro Paese? Il più alto di tutta l’Unione Europea. Alla luce di questi pochi dati emerge in maniera evidente la necessità di procedere ad un cambiamento strutturale del mercato del lavoro.

Marco Biagi ha creato un’ottima impostazione della riforma attraverso la Legge 30, in cui erano presenti tanti aspetti positivi e innovativi. Ma il successivo Decreto Legislativo del 276/03, e i conseguenti decreti applicativi non hanno dato a questa Riforma il respiro che meritava creando molte nuove forme contrattuali e poca chiarezza.

Lo sa bene il Dottor Augusto De Luca, responsabile dell’Alai-CISL, la nostra categoria che si occupa di orientamento e tutela per il lavoro cosiddetto atipico; otterrete un quadro sintetico di tutte le tipologie contrattuali presenti nel nostro mercato del lavoro. Tuttavia bisognerebbe diventare degli scienziati per capirci qualcosa: sono una diversa dall’altra e spesso è la confusione a predominare (anche se sono stati fatti passi avanti dal Co.co.co, che conoscete bene, al Co.co.pro).
La Riforma, quindi, ha prodotto qualche risultato positivo, ma ha mancato in quello che anche voi conoscete benissimo: allo stato attuale i giovani sono molto più abituati di noi alla flessibilità, ma devono anche poter guardare al loro futuro. Ciò è di fatto impossibile nel momento in cui la flessibilità diventa precarietà. Se poi il Governo boccia la stessa proposta del ministro Maroni, sulla Riforma del Tfr che dava respiro e futuro ai giovani, questi andranno in pensione con un sistema contributivo che farà maturare una pensione pari solo al 30% della loro ultima retribuzione.

Quindi credo sia importante educare i giovani al senso di legalità; trasmettere loro l’importanza di un lavoro regolare, non sommerso. È necessario inoltre sensibilizzare i giovani sul fondamentale ruolo svolto dalle organizzazioni di rappresentanza degli interessi, come il sindacato. Il Papa ha sempre sottolineato nelle encicliche, l’importanza delle organizzazioni sociali e collettive, perché i problemi non si possono risolvere sempre individualmente (quando sei forte lo risolvi, quando diventi debole non lo risolvi più!).

È dunque possibile accettare la flessibilità del lavoro?  Ritengo di sì, perché in un’economia globalizzata si cerca di dare al mercato del lavoro strumenti nuovi, più efficaci e flessibili. Bisogna però lottare perché ci siano anche nuovi meccanismi di protezione sociale. È necessario, quindi prevedere e costruire delle coperture, delle sicurezze economiche, delle misure di protezione per intervenire e tutelare il lavoratore per esempio nel caso di infortunio, o nell’ipotesi di gravidanza per una lavoratrice.
Oggi, al contrario, nei lavori atipici molto spesso non si ha nemmeno il diritto al mantenimento del posto di lavoro. Quelli citati, sono episodi di forte discriminazione ed ingiustizia, soprattutto per le donne che si trovano in una condizione di maggiore svantaggio all’interno di un mercato del lavoro di questo genere.
Quindi il sindacato, o per lo meno la Cisl, è certamente cosciente della necessità di un mercato del lavoro flessibile a patto che si possano contrattare nuove tutele affinché questa dinamicità del mercato del lavoro non si traduca in precarietà ed insicurezza.
La Cisl non si è mai sottratta a questo tipo di analisi: bisogna premiare chi lavora, e favorire la competitività sul mercato delle nostre aziende . Ma è necessario anche tutelare chi, ad esempio, in certi momenti della propria vita, deve prendersi cura di un anziano non autosufficiente, desidera avere dei figli, ma allo stesso tempo non vuole rinunciare alla propria carriera professionale.

Quindi è necessario migliorare questa Riforma introducendo strumenti di sostegno e di aiuto alla transizione lavorativa, alla flessibilità. Noi come organizzazione di rappresentanza dei lavoratori abbiamo dato vita all’Alai-CISL, Associazione dei lavoratori atipici, che si occupa di dare informazioni, tutele e rappresentanza a coloro i quali sono sottoposti a queste nuove forme contrattuali.
L’Alai offre consulenza riguardo alla tipologia previdenziale applicata ad un determinato contratto, in merito ai diritti/doveri dei lavoratori flessibili. Inoltre, come recentemente avvenuto attraverso la contrattazione con il Comune di Bologna, cerchiamo di migliorare alcune condizioni contrattuali. Siamo riusciti ad estendere e a rendere più fruibile il diritto alle ferie, alla maternità e in caso di infortunio si è ottenuto il diritto al mantenimento del posto di lavoro almeno per un certo periodo. La contrattazione e la concertazione possono quindi accompagnare questa grande flessibilità.

Ultimo punto, un semplice suggerimento da un addetto ai “lavori”: quando vi accingete ad iniziare un rapporto lavorativo, leggete attentamente il contratto stipulato, perché spesso non viene assolutamente visionato con la dovuta attenzione. Voi avete il dovere di leggerlo quando venite assunti, dovete conoscere quale diritti avete e se non vi è chiaro qualcosa chiedetelo; parte anche da voi il tutelarvi per il futuro e l’avere un contratto rispettoso delle regole.

Come dicevo poc’anzi, prestate particolare attenzione al tema della pensione; sarà opportuno ragionare su un futuro pensionistico che non si basi solo sul sistema previdenziale classico, ma che consideri anche l’utilizzo del Tfr.

Infine,come ha ribadito la professoressa Pombeni, è importante costruirsi un percorso professionalizzante. In questi mesi ho incontrato decine di giovani laureati dai profili eccezionali che hanno finito il loro percorso di studi. I loro genitori non li possono più mantenere, sono dei fuori sede, e sono costretti ad accettare dei lavori che mi vergogno persino ad offrire. Un caso emblematico su tutti: poco tempo fa si è presentata presso la CISL in cerca di occupazione una giovane laureata in Giurisprudenza a pieni voti.
Purtroppo l’unica proposta che le è stata offerta era assolutamente dequalificante; orbene l’ha accettata perché in quella fase della vita aveva necessità di un impiego. Ho raccontato questo episodio per sottolineare il fatto ineludibile che ci si dovrà abituare ad un mondo diverso, dove anche i laureati dovranno accettare degli impieghi che non sono di grande professionalità. Chi non vuole andare in questa direzione, ancor più che nel passato, deve prepararsi a fare esperienze lavorative che accompagnino non solo la tesi di laurea, ma tutti gli esami dell’ultimo biennio, ricercando opportunità di lavoro mirate, anche se poco o non retribuite. Oggi noi abbiamo molti volontari del servizio civile a cui cerchiamo di offrire un percorso professionalizzante ad hoc (nel campo della disabilità, nell’ufficio stranieri, nel patronato, etc.).  

In conclusione devo, quindi, affermare che la Riforma presenta degli aspetti interessanti e positivi, ma se mancano o non vengono stanziati i fondi per darle attuazione si rischia di rendere completamente inefficace tale strumento. Penso che sia prioritario un cambiamento di prospettiva e, a prescindere da quale sia lo schieramento politico al governo, l’Università e l’Istruzione devono tornare al centro delle priorità del nostro Paese e oggi purtroppo non lo sono.

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