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ANGELO DEL CIMMUTO - Seconda sessione

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Dato il tempo a disposizione farò una brevissima presentazione dell’Ente per il quale lavoro: l’ISFOL, Istituto per lo Sviluppo della Formazione professionale dei Lavoratori, è un ente pubblico di ricerca che si occupa di formazione professionale dal 1973; l’Ente è vigilato dal Ministero del Lavoro e attualmente, oltre ai suoi incarichi di ricerca nell’ambito della formazione professionale, svolge attività di assistenza tecnica per conto del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali nell’ambito di quanto prevede il Fondo Sociale Europeo (FSE).

Il Fondo Sociale Europeo è uno dei Fondi strutturali attraverso i quali l’Unione Europea interviene per supportare le politiche economiche e del lavoro dei Paesi membri con la finalità di contribuire a migliorare le situazioni di lavoro e professionali dei cittadini europei, ed in particolare l’occupabilità dei lavoratori occupati e di quelli a rischio di disoccupazione.

Parleremo poi, se vorrete, nella fase del dibattito che seguirà, anche della differenza tra occupabilità e occupazione che rappresentano attualmente due modi diversi di considerare il ruolo professionale e la posizione del lavoratore nel mercato del lavoro.
Io credo che il discorso di oggi, proprio perché siete delle persone molto giovani e pronte e preparate ad entrare nel mondo del lavoro, possa spostarsi su quello che l’orientamento può fare per incrementare e arricchire le vostre capacità o le vostre competenze.

Parto da due ambiti che, secondo me, sono importanti. Oggi si è parlato di grandi sistemi, scelte politiche, situazioni di confine, ruoli dell’Università, ruoli del mondo del lavoro: tali dimensioni sono delle componenti di uno scenario più grande, all’interno dei quali voi, prendendo a prestito il mondo del teatro, vi dovrete trovare ad agire come degli attori. Voglio parlare di voi intesi proprio come degli attori, nel senso di persone che hanno la capacità di influire sulla propria vita personale, su quella professionale e, speriamo tutti, anche su quella che riguarda i grandi scenari politici.
Dal 2000, da quando è uscito il Memorandum sull’Istruzione e Formazione permanente, si parla di alcuni concetti chiave che dovrebbero caratterizzare la vita del cittadino europeo, da qui fino almeno al 2010.

Si parla ad esempio di life long learning, di apprendimento lungo tutto l’arco della vita; un concetto che è anche un risultato, un obiettivo da raggiungere; i fatti e i relatori che mi hanno preceduto stanno lì a dimostrare che il percorso è lungo, frammentato e non di facile attuazione, a fronte anche di fenomeni congiunturali e strutturali legati all’economia che ne limitano o riducono la portata.

Accanto al bisogno di apprendere durante tutto l’arco della vita (per i laureati, impegnati in attività legate ai servizi intellettuali o legate all’uso della capacità di analisi e di cognizione, significa continuare a tenersi aggiornati), è subentrato, nel corso del tempo, un altro concetto importante che è quello dell’orientamento durante tutto l’arco della vita, life long guidance; con questo termine non si intende sostenere il bisogno di fasi continue di orientamento, che può condurre a ritenere di avere a che fare costantemente con individui-bambini o comunque in una fase di inserimento continuo, ma solo rimarcare l’esistenza di vincoli oggettivi, esterni alle persone, che agiscono in maniera molto forte nei confronti di chi deve cercare un lavoro e di chi deve mantenerlo.

È questo un argomento che dovremo affrontare quando si parlerà di permanenza nel mondo del lavoro, di sostenibilità del lavoro acquisito, e quindi anche di transizione.
Il concetto di orientamento lungo tutto l’arco della vita, il life long guidance, nasce come risposta al fenomeno della transizione continua, che è un fenomeno che investe non solo i giovani ma, nel corso degli ultimi anni, soprattutto gli adulti. A fronte delle nuove situazioni economiche strutturali createsi a livello globale, l’orientamento deve impegnarsi nel dare risposte anche ai lavoratori occupati e non solo a voi giovani che dovete entrare nel mondo del lavoro.

In questo senso è necessario che si punti, come ha detto anche la Dottoressa Canestrini, allo sviluppo di quelle che sono chiamate le “competenze orientative”.
La parola competenza nasce nell’ambito produttivo e implica una capacità da parte della persona di saper padroneggiare alcuni strumenti di base (il saper fare) con altri strumenti che si acquisiscono con il passare dell’esperienza e della propria formazione (il saper agire, il saper essere).

Per competenze di base, riprendo una definizione dell’Isfol, intendo le competenze intese come capacità di agire che abbiamo acquisito dalle scuole dell’obbligo fino alle scuole superiori, e quindi si possono intendere capacità come il leggere, lo scrivere, il far di conto.

Ci sono poi altre competenze, quelle professionali, che rappresentano il nucleo su cui specificamente si lavora nell’ambito produttivo e quindi: il metalmeccanico è competente nella lavorazione dei metalli, l’avvocato ha competenze nell’ambito giuridico, il sarto ha delle competenze nel confezionamento di un capo di abbigliamento, il tornitore costruisce dei manufatti che andranno assemblati ad altri.
Da una decina di anni si registra un profondo dibattito, lungi dall’essere concluso, che riguarda le cosiddette competenze trasversali. Per competenze trasversali si possono intendere varie tipologie di competenze che sono quelle che interessano il mondo produttivo ma anche quello personale del lavoratore.

Possiamo suddividerle in due grandi gruppi: le competenze personali, cioè le competenze che può avere la persona non tanto per entrare nel mondo del lavoro (questo si può fare in maniera più o meno veloce, come è stato detto dai miei interlocutori precedenti, e in tempi più o meno lunghi) ma per restarvi in modo produttivo, che in alcuni casi è molto più difficile che entrarci.
In questo senso le competenze personali o individuali possono declinarsi in una capacità, per esempio, di una persona di apprendere e valorizzare quegli aspetti immateriali del proprio modo di essere, del proprio modo di fare che diventano delle possibilità concrete di permanere nel mercato del lavoro. Vanno ad esempio individuati quegli strumenti e quelle pratiche necessarie alla persona per riposizionarsi continuamente e in modo efficace nel proprio ambito professionale.

Faccio, in questo caso, un esplicito riferimento alla necessità di fermarsi a riflettere, all’autoriflessività, alla capacità cioè di una persona (una persona come voi) di fermarsi a riflettere per cercare di capire se stessa, cercare di capire, come ha detto giustamente la Professoressa Pombeni, quale potrebbe essere il proprio progetto professionale, che oggi è sempre più legato a un progetto di vita personale. Non è più possibile scindere i due momenti, per tante ragioni che non sto qui a dire, a cominciare dal tempo necessario per costruire un progetto personale o professionale che sia.
Le due dimensioni sono strettamente legate, per la complessità della società in cui viviamo, per i cambiamenti strutturali che intervengono periodicamente e di cui siamo spesso non tanto attori ma spettatori, per il bisogno, poi, di portare avanti quello che è un progetto importante nella vita di una persona e anche per il proprio futuro.
E’ molto difficile crescere professionalmente o portare avanti un progetto personale sapendo di vivere in una fase di transizione, e credo che siano poco diffusi studi specifici sulla “sostenibilità psicologica” che la persona, l’attore sociale (uomo o donna), mette in pratica in termini di energie fisiche e mentali per accettare e fare proprio un approccio che è completamente diverso rispetto a quello in cui si sono formati i nostri antenati, i nostri genitori, i nostri nonni a fronte della penuria economica e/o della scarsità di beni materiali che caratterizzava le loro vite. Questo è l’aspetto che riguarda direttamente la persona e le sue competenze personali.

Occorre, allora, sviluppare un senso di autoconsapevolezza, quindi di fiducia nelle proprie capacità, soprattutto quando ci si sente in qualche modo impoveriti dalla quantità di informazioni, di dati e di notizie da tenere ed elaborare nella propria scatola cranica.

L’autodeterminazione è, quindi, anche nella scelta e nella capacità di sostenere un percorso: l’assunzione di una responsabilità verso se stessi, verso le persone di riferimento, verso la struttura nella quale si lavora. Qui potrebbe nascere un’altra domanda: ma come si coniuga il lavoro precario con un senso di responsabilità verso una struttura che ci tiene per un tempo strettamente limitato, a volte 6-8 mesi o per un contratto a progetto? Rimandiamo a dopo le risposte.

In che modo poi imparare a fronteggiare le situazioni? Questa è una delle capacità che le aziende considerano determinanti per qualunque neo assunto, sia esso una persona che si occupa di attività di call center, sia di attività gestionale e di responsabilità.

Concludendo: che cosa comporta tutto questo? Un grande lavoro interiore, prima che “esteriore”, un grande lavoro di conoscenza della propria identità, nonché un’assunzione di responsabilità, di peso e di ruolo all’interno del contesto sociale nel quale si lavora.
Una delle poche carte vincenti che stanno nelle mani di voi giovani, che non avete ancora né un potere contrattuale definito da contratti, da leggi o da altro, ma che potete contare sulle possibilità che offre una società avanzata come la nostra di poter accedere a percorsi formativi, a informazioni, a servizi diffusi sul territorio, oltre che sul vostro entusiasmo, sul vostro slancio è di pensare ad un “futuro” che vada oltre “questo” presente e di creare un contatto frequente e costante con il mondo sociale e produttivo nel quale vivete.
Quello che conta è che sappiate di dover lavorare in modalità diverse rispetto al passato, puntando sulle vostre capacità ma anche sul fatto di poter dare qualcosa in termini di partecipazione personale e professionale alla società nella quale vivete. Grazie.

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