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STEFANIA RANIERI - Seconda sessione

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Introduco brevemente la nostra azienda per chi non la conoscesse. Colomer Italy è la filiale italiana di una multinazionale cosmetica con sede a Barcellona, abbiamo 2600 dipendenti a livello mondiale e un giro di affari di 500 milioni di euro di fatturato. Siamo nel settore cosmetico e ci occupiamo prevalentemente di prodotti per capelli, soprattutto per il settore professionale.

Condivido a pieno molte cose già dette dai relatori che mi hanno preceduta: riprenderò alcuni aspetti aggiungendo e integrandoli con altri.
Cosa cercano le aziende dai laureati: io mi riferisco a un’azienda come la nostra, ma gran parte di ciò che dirò vale in tutto quello che è il mondo imprenditoriale. Le aziende cercano soprattutto persone con talento e passione. Quando parlo di talento, spesso gli studenti mi chiedono se il talento coincide con il 110 e lode. La risposta è assolutamente no. Io credo innanzi tutto che ognuno di noi sia portatore di un talento, il ruolo fondamentale dell’orientamento è di aiutarci a capire di quale di questi talenti siamo padroni, quali possono essere sviluppati all’interno del mondo aziendale e quali all’interno di altri mondi. Le aziende sono ovviamente interessate ai talenti applicabili al mondo del lavoro. Sono interessate a persone che abbiano voglia di scoprire il proprio talento e che abbiano voglia di curarlo, svilupparlo ed applicarlo con passione nel loro lavoro quotidiano.

Due altri punti importanti sono la ricerca di significato e il senso di responsabilità.
Parlando con i ragazzi (laureati o laureandi) dico sempre che ciò che è importante non è che cosa fanno, in quale settore decidono di operare, ma soprattutto come fanno le cose. Si può svolgere uno stesso tipo di attività dando o no un significato alle cose, cercando di contestualizzare anche una mansione molto operativa. Correndo il rischio di essere anche molto banale, faccio un esempio: il primo giorno di stage o tirocinio si può fare una semplicissima fotocopia in maniera molto diversa. Si può fare una fotocopia senza neanche prendersi la briga di guardare che cosa si sta fotocopiando, perché bisogna farla (per una riunione, un convegno, un meeting, una convention).
Oppure ci si può porre la domanda, e chiedere a chi di dovere di spiegare cosa c’è dietro. Questo è un elemento fondamentale durante un tirocinio: non aspettatevi di occuparvi di chissà che cosa, ma cercate di dare un senso anche alle piccole cose che vi sono affidate. Un’esperienza di tirocinio (curriculare o post-laurea) è fondamentale per evitare quel senso di incertezza e sbandamento cui faceva riferimento il presidente degli studenti. Quanto più avrete la possibilità di anticipare questo momento, quanto più abbrevierete la transizione dall’Università al Lavoro.

Vi consiglio di fare dunque un’esperienza di tirocinio, ma non fatelo solo per portarvi a casa i crediti formativi, non è questo l’importante. Se lo dovete fare in questo modo, allora scegliete di fare il seminario monografico o altro. Cercate l’azienda, guardate bene cosa prevede il tirocinio, la sua proposta formativa, cercate soprattutto di conoscere voi stessi durante l’esperienza di tirocinio.

Quando i ragazzi vengono in azienda c’è il mitico colloquio di selezione che spaventa un po’ tutti. Ma per arrivare al colloquio bisogna passare attraverso la compilazione di un buon CV. Ora, per darvi un dato della nostra azienda, noi riceviamo circa 8000 curricula l’anno: il curriculum è la chiave d’ingresso all’interno dell’azienda, che sia per un’assunzione o per un tirocinio. Dovete differenziarvi: qui mi riaggancio a quanto detto dal Professor Gori in precedenza; il curriculum spesso non dice chi siete, molti curricula dicono solamente che facoltà avete fatto, che voto avete conseguito, che corsi di istruzione secondaria avete fatto precedentemente, ma non dicono chi siete voi come persone. In mezzo a 8000 curricula di persone che hanno fatto un percorso pressoché simile, noi vogliamo sapere chi siete voi, che cos’è che fa la differenza. Questo è legato al marketing di voi stessi, a una profonda analisi e auto-consapevolezza: in questo certamente l’Università vi deve aiutare, strutture come il Careers Service vi aiutano, ma il ruolo fondamentale lo avete voi stessi. Tutte le occasioni sono buone per sviluppare una maggiore autoconsapevolezza dei vostri mezzi e anche delle vostre aree di miglioramento, perché solo conoscendole ci si può lavorare sopra.

Un altro aspetto importante, per essere molto concreti, è quello delle lingue. Sento molte statistiche che riportano rilevazioni molto positive riguardo alle persone che sanno parlare inglese, e poi io nella mia quotidianità non ne incontro una. Vedo ragazzi che riportano nel CV un livello di inglese eccellente e che poi, sottoposti a colloquio in lingua, sbiancano e si agitano come durante l’esame di laurea. Parliamo tanto di integrazione europea: ma come è possibile integrarsi se la gente non è neanche in grado di comunicare con persone di altri paesi europei? Insisto su questo punto. Non è necessario fare un corso di lingue, gli strumenti possono essere tanti: andate all’estero, fatevi degli amici, frequentate la John Hopkins. Al di là dei titoli, l’importante è acquisire le competenze. Non è importante il mezzo, ma il fine.

Noi siamo una multinazionale: capite bene che le possibilità di sviluppo di carriera negli anni successivi all’assunzione sono fortemente legate alle competenze linguistiche. Certamente l’Azienda investe in formazione, però vi assicuro che imparare una lingua da zero durante lo svolgimento di un’attività lavorativa è particolarmente impegnativo.
Lo stesso dicasi per le conoscenze informatiche, anche se la situazione in questo ambito è meno drammatica rispetto alla situazione in quello linguistico.

Un altro aspetto importante è il lavoro in team. Oggi se ne parla tanto, in realtà non veniamo propriamente da una cultura di team; a scuola non ci hanno insegnato a lavorare in squadra. Il lavoro in gruppo presuppone due aspetti fondamentali: essere propositivi e accettare le regole del team.
L’azienda è un’organizzazione complessa con delle dinamiche al proprio interno: troppo spesso vedo che, anche nei rapporti tra i tirocinanti e i loro tutor, a fronte delle prime difficoltà i ragazzi non parlano con il loro referente aziendale, non esprimono eventuali difficoltà, non c’è la volontà ma la difficoltà di entrare in un’ottica dialettica, un’ottica di dialogo e di comunicazione. In altre situazioni, invece, vedo altre persone che tendono ad avere un atteggiamento critico, ma non esprimono eventuali suggerimenti, non c’è propositività, proattività nei confronti dei problemi.
Proposività e proattività, attenzione, significano sapersi assumere delle responsabilità, anche a rischio di essere “criticati”, di ricevere feedback che dobbiamo essere in grado di accettare, anche quando l’organizzazione intraprende una strada diversa rispetto a quella che era la nostra idea. Sviluppare la propria soggettività all’interno di un’organizzazione complessa che ha delle regole è un aspetto molto importante.

Il ruolo dell’orientamento è fondamentale, spesso il primo anno in azienda diventa un anno di orientamento, alla fine del quale le persone capiscono cosa vogliono fare. Se si potesse anticipare questo momento di autocomprensione, penso che il sistema e noi tutti ne risulteremmo avvantaggiati. Non ho difficoltà ad ammettere che anche il mondo aziendale ha le proprie responsabilità, molte aziende non sono molto disponibili ad investire sui giovani, credo però che istituzioni, ragazzi, famiglie abbiano tutti un ruolo fondamentale.

Spesso le famiglie fanno molta fatica a comprendere alcuni meccanismi, sono ancora molto legate all’idea del posto fisso. Un consiglio molto pratico che do ai ragazzi, perché lo verifico tutti i giorni: aiutate i vostri genitori a capire che il mondo è cambiato, che la competizione è tanta, che il mondo corre e che il posto a tempo indeterminato è qualcosa che, mi auguro, arriverà per tutti, ma dobbiamo ragionare in modo diverso, ragionare su noi stessi, sulla nostra professionalità.
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