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ENRICO GORI - Prima sessione

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Ho colto il suggerimento sul percorso formativo necessario per valorizzare il capitale umano nella persona e ho messo insieme una serie di considerazioni che derivano da alcuni studi.

Da cosa è formato il capitale umano? Da tante cose: sostanzialmente rappresenta la ricchezza che ciascuno di noi accumula da quando comincia ad andare all’asilo fino ad arrivare all’università e al mondo del lavoro. Spesso, soprattutto in ambito della teoria economica, si è pensato che il capitale umano fosse essenzialmente costituito dai “titoli conseguiti”; si sono sviluppate di conseguenza, nell’area dell’Unione Europea, politiche per aumentare il numero di diplomati e laureati.

Recentemente si è cominciato a capire che il capitale umano è in realtà una cosa ben più complessa: una parte è costituita da aspetti cognitivi di tipo generico (saper parlare, saper scrivere, capacità linguistiche e logico-matematiche) e da aspetti cognitivi di tipo più specialistico (conoscenze tecniche tipiche, ad esempio, delle professioni di cuoco o ingegnere); ci sono però anche aspetti non cognitivi quali la motivazione, l’impegno, la capacità di collaborare, la socialità, la leadership, saper eseguire ordini; non sono infine da trascurare tutte le doti naturali, l'esser simpatico, l’aspetto estetico. Quante volte si sente affermare: “Ah quella persona è riuscita a trovare un lavoro per la bella presenza”. Non c’è da meravigliarsi: anche questi elementi costituiscono capitale umano e contribuiscono a spiegare come mai, per esempio, un laureato proveniente da un percorso di studio “debole” come Lettere ma con ampia capacità di espressione e di personalità, con bella presenza, ecc, riesca a trovare lavoro meglio di un ingegnere con elevate cognizioni specialistiche, ma che non ha tutte queste doti.

Per proseguire sul discorso della non-coincidenza titolo di studio/capitale umano, ecco un esempio tra i tanti: ho un amico che dopo il liceo scientifico ha fatto il falegname per diversi anni, poi, imparando ad andare in barca a vela, è diventato skipper (e vi assicuro che per stare in barca a vela bisogna avere un bel carattere, la capacità di stare con gli altri e di comandare); adesso si occupa di formazione, pur non essendo laureato, ma quando va nelle aziende, sentendolo parlare e vedendo come si comporta, i suoi interlocutori lo chiamano dottore senza problemi. E’ come se il titolo se lo fosse conseguito sul campo. Sfatiamo quindi anche il discorso del titolo di studio.
Arricchisco questi esempi concreti con alcune citazioni di studiosi e premi Nobel che vi faranno capire che il quadro effettivamente è questo.

Bishop, famoso studioso dell’Economia dell’Istruzione e del capitale umano, afferma che la produttività di un lavoratore deriva essenzialmente dalle sue caratteristiche di socialità e dalle abilità cognitive specifiche rispetto al lavoro; la produttività non dipende quindi dalle abilità cognitive generiche, ma da questi due pezzi che contribuiscono nella stessa misura alla produttività del lavoratore. Questa è in ogni caso una visione particolare.
Statz nel ’93, sostiene invece che i datori di lavoro e i lavoratori evidenziano fabbisogno di competenze di tipo generico, quali la capacità di risolvere problemi, la comunicazione, lavorare in gruppo e così via.

Risalendo al ’68, Duncan si concentra sull’importanza delle capacità linguistiche e logico-matematiche che non sono importanti soltanto di per sé, ma facilitano l’apprendimento in tutto l’arco della vita. Lo studioso evidenzia l’importanza di avere una buona preparazione di base, che non è detto che sia data dall’università, perché dovrebbe arrivare dalla scuola media superiore. Qui si apre un interrogativo: i bassi tassi di laureati della nostra università non saranno dovuti al fatto che il capitale umano in entrata nell’università è di cattiva qualità? Recenti indagini internazionali evidenziano che la preparazione dei nostri ragazzi a quindici anni è tra le più basse al mondo, quindi non c’è da sperare che arrivati alla maturità siano in grado di recuperare tanto. In questa ottica si evidenzia come elevate capacità di carattere generico consentano di facilitare l’accumulo di capitale umano una volta che una persona entra nel mondo del lavoro e quindi la capacità di formarsi, di capire quello che è necessario apprendere nel momento in cui si entra nel lavoro.

Recentemente il premio Nobel per l’Economia James Heckmann, uno dei maggiori studiosi dell'Istruzione Professionale, ha evidenziato come gli aspetti non cognitivi (quindi la motivazione, il ragazzo cinese che non accetta meno di trenta all’esame) influiscono sull’apprendimento e sul successo nel lavoro. Questa è una posizione recente che sta portando molti economisti a chiedersi come si misurano questi aspetti non cognitivi.
Un recente studio olandese su dati italiani, che comprendono anche informazioni sul reddito, divide le competenze del capitale umano in tre categorie: le competenze di tipo generale, le competenze di tipo specifico e le competenze che vanno bene per il lavoro.
Al momento della laurea questi studiosi hanno intervistato i laureati e hanno chiesto loro quanto si sentissero bravi in tali aspetti. Dopo tre anni li hanno re-intervistati e hanno visto che in alcuni aspetti erano migliorati; è stato poi chiesto loro se il lavoro che facevano era coerente o meno con gli studi e quanto guadagnavano. Ciò che è emerso è che l’avere competenze specifiche consente di trovare più facilmente un lavoro (un Ingegnere trova più facilmente lavoro di un laureato in Lettere), fare un lavoro coerente con gli studi consente di avere un salario maggiore, ma sugli aspetti di retribuzione sono soprattutto fondamentali gli aspetti di tipo non cognitivo (la capacità di stare insieme agli altri, di risolvere problemi e così via). Tuttavia si è visto anche che coloro che erano più bravi negli aspetti generali (capacità linguistiche e logico-matematiche) erano anche quelli che tre anni dopo erano riusciti meglio ad entrare nell’ottica dell’azienda. Ritroviamo sostanzialmente in questa indagine tutte e tre le teorie degli studiosi che abbiamo visto prima: la questione del capitale umano è quindi molto complessa ed evolve nel tempo.

Concludo aggiungendo che bisogna cominciare a passare dall’idea dell’orientamento come semplice professionalizzazione - che molto spesso significa aumentare il numero di titoli conseguiti - a una forma di valorizzazione del capitale umano che cominci fin dall’ingresso in università e che potrebbe concretizzarsi, ad esempio, in corsi di recitazione, dizione, scrittura, capacità di espressione. E' fondamentale rafforzare questi aspetti appena citati, come del resto le capacità logico-matematica, i corsi di socializzazione e potenziamento della motivazione, i corsi di valorizzazione della propria presenza. Sempre meno saranno la scuola e l’università da sole a dare forma al capitale umano.

Io penso che attività come quelle del Careers Service, che ha cominciato ad occuparsi di una molteplicità di aspetti, in futuro saranno sempre più importanti per creare quella che deve essere una persona a tutto tondo, formata sotto tutti i punti di vista.

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