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PAOLA MONARI - Prima sessione

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Un errore che non si dovrebbe mai fare è quello di cedere alle pressioni del moderatore ma io non so resistere alle tentazioni, e prendo l’avvio dall’apertura che ha fatto il Dottor Bonicelli con l’affermazione, diventata un po’ uno slogan, che l’Università è lontana dal mondo del lavoro. Per spiegare che cosa stiamo organizzando nell’Università di Bologna, vorrei rovesciare quella affermazione dicendo che è il mondo del lavoro ad essere lontano dall’Università.

Le imprese, a mio parere, almeno nel contesto in cui ci stiamo muovendo in questi anni, non stanno facendo per l’ingresso e l’inserimento dei giovani quello che sta invece facendo l’Università, malgrado le carenze che ancora si possono osservare e che sono sottolineate da tutti (è molto più facile ritrovare momenti di criticità nei confronti di un soggetto che sta facendo qualcosa rispetto a chi denota una totale immobilità). A tutt’oggi, il mondo imprenditoriale non è ancora riuscito a proporsi come un punto di riferimento costante.

La situazione dell’Ateneo bolognese è forse tra le più privilegiate: la dialettica che si sta avviando in questi anni con il mondo aziendale è estremamente positiva e fa sperare in un punto di svolta in cui si potrà lavorare in sintonia condividendo responsabilità e obiettivi.

Un altro irrinunciabile interlocutore che dovrebbe collaborare per il successo delle iniziative verso l’inserimento nel lavoro è proprio il mondo dei giovani. Lo ricordava molto bene la Professoressa Pombeni che col suo modo estremamente semplice ed efficace di argomentare ci ha trasmesso alcuni contenuti di metodo e di professionalità assolutamente essenziali.

I giovani devono assumersi pienamente la responsabilità del loro progetto di vita: devono costruirlo, non farselo costruire dagli altri. Gli altri interlocutori potranno intervenire come catalizzatori, come formatori in momenti particolari di maturazione, ma se non c’è la volontà espressa e il forte convincimento del giovane a percorrere la sua via verso la vita, tutti i nostri tentativi falliranno.

Vorrei che i giovani non cercassero sempre di scaricare sugli altri la responsabilità dei loro progetti: un giovane, soprattutto se è uno studente universitario, è una persona adulta, in grado di votare, può decidere le sorti di un Paese, di un’Amministrazione o di un Territorio. E’ in grado giuridicamente di avere la patria potestà, di fare figli e, quindi, non può non essere in grado di decidere anche le sue strategie di studente universitario proiettato verso il suo futuro. Questo non vuol dire che l’Università si sottrae alle sue responsabilità, essa pretende soltanto dai giovani una condivisione responsabile delle scelte che consenta di costruire qualcosa insieme.

In questo contesto, come si colloca il sistema universitario?
A livello nazionale la Crui, - la Conferenza dei Rettori, luogo dove le Università si confrontano - ha istituito un’assemblea dei delegati all’orientamento: sono docenti universitari che si occupano di orientamento nell’accezione più ampia, dall’ingresso all’università all’uscita nel mondo del lavoro lungo tutto il ciclo di vita dello studente. Tale attenzione è giustificata dal fatto che l’orientamento è sempre stato uno degli obiettivi dell’Università e, anche se non è sempre nel DNA del docente, rientra nelle strategie degli Atenei.

Un progetto di vita non avviene in momenti separati: quando il giovane entra all’Università ha bisogno di essere orientato, perché dovrà scegliere il percorso che in qualche modo gli è più congeniale, che rispetti le sue inclinazioni, le sue attitudini, i suoi obiettivi. L’orientamento in ingresso, che a Bologna è già abbastanza avanzato, non è però disgiunto da un attento monitoraggio di tutto quello che succede nel percorso dello studente universitario nel corso della sua vita universitaria: quali scelte deve fare per perfezionare il suo progetto, quali sono i suoi interessi, quale varietà di altri contesti possono essere interessanti per la sua maturazione. Infine, è importante preparare i laureati al mondo del lavoro con l’orientamento in uscita.

Credo che entro la primavera del 2006 uscirà un documento della Crui con le linee guida da affidare alle Università perché possano sviluppare queste riflessioni in azioni.
Quando parliamo di orientamento al mondo del lavoro dobbiamo quindi guardare all’indietro, a tutto il percorso che abbiamo messo in atto e che deve essere coerente con le strategie di orientamento che si vanno a predisporre per guidare lo studente verso il mondo del lavoro. C’è un filo conduttore che deve rendere quel progetto compiuto e coerente.

Nell’ateneo di Bologna, la situazione è abbastanza avanzata, seppure frammentata, ma auspico che si riuscirà a costruire in tempi stretti un sistema organico di azioni per l’orientamento.
Cosa esiste oggi a Bologna sull’orientamento al lavoro?
C’è la banca dati Almalaurea, che non è soltanto una base di dati, ma è prima di tutto una struttura dinamica, dove il giovane può periodicamente aggiornare il proprio curriculum in modo da rendersi riconoscibile al mondo del lavoro nel momento in cui acquisisce competenze e professionalità. Questo è un grande vantaggio, sia per il giovane che si muove nel mondo del lavoro, sia per le aziende interessate ad aprirsi all’innovazione.

C’è un ufficio centralizzato molto ben organizzato che segue gli stage, i tirocini e le convenzioni che regolano i rapporti tra studenti e aziende. Ricordo solamente che nell’ultimo anno gli studenti entrati in tirocinio sono oltre 15.000, escludendo i tirocini obbligatori o i praticantati previsti da professioni specifiche o da ordini professionali. E’ un numero non piccolo: la maggior parte di questi tirocini sono curriculari, entrano cioè nel certificato supplement, producono quindi crediti e diventano formazione inserita nel curriculum dello studente.

Abbiamo inoltre il servizio di Careers Service che si inserisce nelle iniziative di orientamento in uscita: in vista dell’evoluzione molto rapida del concetto di orientamento al lavoro, tale collaborazione dovrà essere ridefinita in un articolato sistema di interlocutori con competenze specifiche.
Ci sono, inoltre, attività interne all’Università come il part-time studentesco, che tentano di inserire lo studente in un lavoro autentico interno alle strutture universitarie e favoriscono l’acquisizione di competenze verso l’esterno.

E, infine, voglio ricordare le attività molto ricche che le singole Facoltà organizzano per orientare i loro studenti e per inserirli nel lavoro attraverso i contatti con gli specifici interlocutori professionali (un’operazione non così visibile, ma essenziale).
Concludo: la prospettiva che l’Università si darà verso l’orientamento al lavoro sarà rivolta a un sistema dove gli interlocutori sono diversi (privati e pubblici) e dove tutti coloro che già sono attori di questo processo entreranno in un modello riorganizzato in cui ognuno svolgerà la propria parte. Verosimilmente ci sarà uno spostamento di competenze dall’Università, come soggetto istituzionale, alla Fondazione Alma Mater con l’obiettivo di favorire rapporti più agili con il mondo del lavoro. Sarà un modello leggero di placement che non vuole diventare un’Agenzia per il Lavoro (che non riteniamo rientri nelle competenze dell’Università), ma una forma complessiva di accompagnamento del giovane dal momento iniziale dei suoi studi fino all’ingresso nel mondo del lavoro. L’Università ha i suoi obiettivi istituzionali, deve muoversi entro quelli e deve assumere ruoli che le competono, non altri.

Sono molto ottimista e fiduciosa. Se gli studenti recepiscono questi messaggi, molto si potrà fare per un loro futuro sereno, compatibilmente con quello che la nostra società ci riserva.
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