L’argomento di oggi è veramente importante. Io ringrazio dell’invito e per aver organizzato un convegno con a tema il passaggio tra università e mondo del lavoro. E’ un tema a mio parere trascurato. Ci si è preoccupati di fare la Riforma in fretta - non che questo sia necessariamente sbagliato - però si è lasciato indietro tutto quanto potesse collegare la nuova Università (che si andava formando) al mondo del lavoro. Infatti, e rispondo alla domanda del dottor Bonicelli, gli studenti hanno seguito esattamente il percorso che hanno strutturato i “governatori” dell’Università, e hanno conseguito in tempi rapidi la laurea, naturalmente di durata triennale, dopodiché si sono trovati completamente spaesati.
Il dato più evidente, perlomeno per la mia esperienza di rappresentante, è questa sensazione di totale disorientamento al termine degli studi. Questa mattina, per quel poco che posso, proverò a capire insieme a voi causa ed effetti di questa situazione. Per procedere in questa difficile analisi, mi avvarrò di due semplici aiuti: le esperienze, che come rappresentante degli studenti ho vissuto ed incontrato, e i dati oggi disponibili al riguardo, sfruttando al massimo le statistiche di AlmaLaurea.
Per quanto concerne le esperienze dei ragazzi, i casi sono sostanzialmente due: 1) tutti coloro che terminano il percorso di studi triennale, impiegandoci al massimo 4 anni, tendenzialmente proseguono gli studi, è innegabile la quasi assoluta automaticità del proseguimento dalla laurea triennale a quella specialistica o laurea magistrale; non vi è, se non in qualche caso sporadico, un momento di esitazione o di riflessione, di fronte al bivio laurea specialistica/mondo del lavoro; probabilmente alcuni neanche si rendono conto di essere di fronte a una scelta. 2) coloro invece che hanno fatto più fatica a concludere il percorso triennale impiegandoci 5 o più anni (in buona parte sono ancora i fuori corso del vecchio ordinamento che hanno optato in itinere per il nuovo) non ci pensano due volte a terminare gli studi e cercarsi un lavoro.
Senza approfondire quest’ultimo caso, è importante secondo me soffermarsi sull’andamento dei neolaureati. Come ho appena dichiarato, in generale tutti continuano a studiare, a parte qualche caso sporadico. Quali sono questi casi sporadici? Chi ha già un’attività ben avviata dei propri genitori e chi, grazie a un professore, a uno stage valido, o comunque grazie a un rapporto personale casualmente venutosi a creare, si è trovato un lavoro.
Questo panorama, che spero di aver descritto bene, è confermato dai dati AlmaLaurea. Sfruttando le indagini statistiche del 2005, quindi riferite ai laureati del 2004, ci si accorge che quanto ho appena cercato di dimostrare non è assolutamente lontano dalla realtà. Per quanto riguarda Bologna, per esempio, AlmaLaurea ci dice che il 90% dei laureati prosegue gli studi, per la maggioranza di questi si tratta di prendere la strada verso la laurea magistrale; i rimanenti si dividono tra scuole di specializzazione e master. Va sottolineato che anche le facoltà che dovrebbero essere più indirizzate al mondo del lavoro, come Economia ed Ingegneria, non contribuiscono particolarmente ad abbassare questo dato. Il 76.9% dei dottori in Economia e l’87.5% dei dottori in Ingegneria della loro Laurea triennale pare che al momento non se ne facciamo assolutamente nulla. I dati nazionali, di cui purtroppo non fanno parte gli atenei lombardi perché non aderiscono al Consorzio Almalaurea, rimangono sugli stessi ordini di grandezza. L’88% dei laureati italiani fanno della loro laurea lo stesso uso degli studenti bolognesi.
A questo punto mi sembra che lo stato delle cose sia abbastanza chiaro e, se vogliamo, anche abbastanza preoccupante: va registrato un vero e proprio spostamento del problema lavoro dai 23 anni ai 25 anni. E questo per me è già un primo fallimento della Riforma, perché se l’obiettivo era quello di anticipare l'inserimento dei nostri giovani nel mondo del lavoro, c’è già qualcosa che non torna. A questo si aggiunge il semplice fatto che i laureandi, al termine dei loro studi triennali, non si sentono ancora pronti per affrontare un problema simile, non si sentono adeguati per entrare nel mondo del lavoro e, ancor di più, temono fortemente che il valore della loro laurea sia veramente esiguo. A conferma di questo, poco fa leggevo alcun articoli della Rassegna stampa che ci è stata consegnata da Careers Service e dicono chiaramente che per il mondo del lavoro il laureato triennale adesso come adesso non è proprio appetibile.
Prima di proseguire nel provare a descrivere quelle che potrebbero essere le cause di questo comportamento, vorrei illustrare brevemente (perché a mio parere è molto simile a quella dei laureati triennali) anche la situazione dei dottori magistrali.
Per coloro che escono da un laurea magistrale c’è un periodo di transizione. Soprattutto per coloro che escono da facoltà come Scienze politiche, Lingue, Economia, Statistica, Agraria, Psicologia, Lettere, Scienze. La percentuale di occupabilità ad un anno dalla laurea, sempre secondo i dati AlmaLaurea, oscilla dal 60% al 45%. C’è quindi un’approssimativa metà dei laureati magistrali che dopo un anno non ha ancora trovato lavoro. Si arriva a dati più confortanti dal 90% al 75% solo a 5 anni dalla laurea.
Questa situazione è anche causata del fatto che i neolaureati, per lo meno buona parte di quelli con cui ho avuto modo di confrontarmi, non sanno cercare lavoro. In pochi sanno elaborare e utilizzare un Curriculum Vitae, le domande di colloquio vengono fatte molto diluite nel tempo. Da questo punto di vista occorrerebbe capire che non basta la laurea in tasca per trovare lavoro. Guardando l’esperienza di quei pochi che hanno trovato lavoro in tempi brevi, ci si accorge che lo hanno trovato coloro che hanno preso il cercare lavoro come un lavoro vero e proprio, nel quale ci si fissa appuntamenti, scadenze, si fanno delle scelte. Penso che questa operazione sia affine all’intraprendenza alla quale si riferiva l’Assessore durante i saluti iniziali.
Sarebbe quindi importante capire anche le cause di questa lunga transizione, nella quale anche per la laurea magistrale valgono gli stessi casi sporadici sopraccitati per i laureati triennali.
Questo andamento delle cose invita inevitabilmente a riflettere e a soffermarci su quelle che a mio avviso sono le principali cause di questa situazione.
La prima è che negli anni trascorsi in facoltà, ma soprattutto nell’ultimo anno, tutto quello che lo studente conosce e ha visto del mondo del lavoro è qualche stage, se ha avuto la fortuna di farlo. Non ci sono ad oggi strutture in Università che orientino lo studente al mondo del lavoro. Come dicevo all’inizio del mio intervento, si è approntata tutta la riforma pensando solo ed esclusivamente all’università e basta. In questa Riforma aiuti e servizi per lo studente laureando non ce ne sono e, dove ci sono, sono ancora inadeguati ed insufficienti a soddisfare l’intero panorama studentesco. Naturalmente quando parlo dell’università non penso che ci sia molta differenza tra l’università bolognese e le altre (Bologna da questo punto di vista probabilmente è anche più avanti, ma è sicuramente ancora indietro rispetto all’obiettivo finale).
Se l’università ha veramente questa preoccupazione deve mettere in piedi strutture che favoriscano il passaggio dagli studi al lavoro e, soprattutto in mancanza di mezzi sufficienti a disposizione, deve favorire la nascita di queste strutture dal basso. Il Careers Service, qui a Bologna, è un piccolo esempio di come è possibile portare avanti una politica di questo tipo da parte dell’Ateneo. Occorre che l’Università cominci a preoccuparsi non solo di quanti siano i laureati, quanti siano gli abbandoni e quanti siano i fuori corso. Occorre cominciare a preoccuparsi del futuro dei laureati, dei dottori. L’Università non può interessarsi solo del benessere degli studenti durante il percorso di studio, ma anche del passaggio che questi dovranno affrontare subito dopo. Da questo punto di vista è chiaro che non può essere un impegno che deve prendersi solo l’Università, è una preoccupazione che deve avere anche il mondo del lavoro, il mondo politico, perché, è inutile dirlo, il futuro dei neodottori italiani è fondamentale per tutta la società.
La seconda causa ha radici più profonde: la vera questione, il vero dramma del quale il giovane laureato è protagonista è che dopo tutti gli studi, dopo tutte le prove d’esame, i ricevimenti dal professore, la discussione della tesi, i seminari, i laboratori, dopo tutto questo, il dottore, e addirittura il dottore magistrale, non sa cosa fare, cosa vuole fare, non sa cosa gli piacerebbe fare. Questo è un dato che difficilmente si riesce ad estrapolare dalle statistiche, ma la mia esperienza di rappresentante, con tutte le persone che mi ha fatto conoscere, mi dice che sono rarissimi i casi nei quali qualcuno, sapendo quale professione avrebbe voluto svolgere, ha tentato di intraprenderla. E questo a mio avviso è un fallimento dell’università, è un mancato obiettivo dell’università. Probabilmente manca proprio quel carattere educativo senza il quale un ambiente universitario può solo trasmettere nozioni, sicuramente in maniera efficiente e funzionale; senza tuttavia una preoccupazione educativa, i ragazzi riceveranno continuamente informazioni che non vengono mai collegate con il proprio percorso formativo e professionale, con la propria vita. Senza favorire l’emergere di questo nesso tra ciò che si studia e le proprie inclinazioni personali, difficilmente un giovane capirà per che cosa è portato, cosa gli riesce meglio, cosa sarebbe più utile che approfondisse. Una prospettiva di questo tipo è naturalmente ostacolata a priori, se non si viene a creare un rapporto umano tra studente e docente. Questa caratteristica dell’università ai suoi albori va assolutamente ripresa. I professori devono sentirsi addosso questa responsabilità e chi dirige un Ateneo deve favorire queste dinamiche. Io sono certo che una delle più grandi attese degli studenti universitari sia proprio quella di trovare qualcuno da cui imparare, e la loro, la nostra più grande difficoltà, è trovare qualcuno disposto a insegnarci.
Concludo riprendendo alcuni punti, per rendere più lineare la discussione.
Lo studente di oggi è disorientato, come lo era da matricola prima di scegliere la facoltà, così lo è, semplicemente con qualche nozioni in più, una volta diventato dottore magistrale. Le criticità sono a mio parere sostanzialmente le seguenti: da un lato vi è un’università che riformandosi non ha pensato anche a degli adeguati collegamenti con il mondo del lavoro, e dall’altro un mondo del lavoro che solo oggi comincia a rendersi conto dei cambiamenti della Riforma Zecchino; per di più lo studente non è educato ma semplicemente riempito di nozioni, nozioni che servono ma non bastano, né è la prova il panorama prima descritto. A mio avviso occorrono dunque nuove forme di orientamento e collocamento o placement oltre a una ripresa delle responsabilità da parte dell’università, dalle quali non può tirarsi indietro. Sarebbe infine molto d’aiuto per tutti - sicuramente emergerebbero nuove risposte a questi problemi - se anche noi studenti facessimo la nostra parte fino in fondo e ci spingessimo al di là della figura dello studente che interviene solo a lezione, per porre tutte le proprie problematiche e i propri interessi ai professori e riscoprire anche la vita politica universitaria per non ridurre la propria esperienza ad un triste addestramento intellettuale.
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