Do inizio ai lavori di questo convegno “Dall’Università al lavoro: come orientarsi nei nuovi scenari” ringraziando innanzitutto le autorità presenti, i relatori per aver accettato il nostro invito ad intervenire e tutti voi che partecipate. Alcuni dei relatori sono seduti qui al tavolo, altri sono tra voi. Il convegno si svolge infatti in due sessioni: l’una dedicata al punto di vista dell’università, l’altra al punto di vista del mondo lavoro, rispondendo concretamente alle vostre domande. Prima delle due sessioni vi sarà una fase in cui ascolteremo il punto di vista delle istituzioni e di come esse intendano favorire questa transizione dall’università al mondo del lavoro.
L’idea del convegno nasce dall’esigenza di mettere a confronto due mondi che ultimamente sembrano parlarsi poco o perlomeno parlare lingue differenti, incanalati su binari paralleli che pur guardandosi non sembrano ancora incrociarsi efficacemente. Due mondi che sono andati di recente incontro a transizioni importanti, mi riferisco alla legge 30/2003 e ai conseguenti provvedimenti normativi di riforma del mercato del lavoro e al decreto 509/1999 che ha riformato gli ordinamenti universitari. Riforme e transizioni che sono per alcuni aspetti ancora in corso, e da cui il mercato del lavoro e l’assetto del sistema universitario escono profondamente modificati. Occorrono momenti di riflessione e di confronto come questo, proprio per la fase di sperimentazione in cui il mercato del lavoro e la situazione universitaria si trovano. Studenti, laureandi e laureati esprimono una forte domanda di concretezza su questi temi.
Oltre al lavoro quotidiano che svolgiamo come Careers Service, ci è sembrato opportuno rispondere a questa esigenza con l’iniziativa odierna che auspichiamo possa replicarsi anche in futuro, dando vita a una sorta di convention sull’orientamento che rappresenti una tappa non formale, fruibile anzitutto per i laureandi e i laureati.
Dal nostro punto di vista riforma universitaria e riforma del mercato del lavoro sono strettamente connesse e quindi in questa breve introduzione ai lavori fornirò alcuni elementi di lettura per poi dare un’ipotesi di lavoro al convegno, prima sul versante dell’università e poi sul versante del lavoro.
L’introduzione dei percorsi triennali e dei percorsi specialistici ha avuto il grande merito di ridurre il numero dei laureati fuori corso e di presentare un’alternanza tra didattica ed esperienze formative più pratiche. Il profilo dei neolaureati del 2004 (dati Alma Laurea) rivela una progressiva diminuzione dell’età media di chi arriva alla laurea: si passa dai 28 anni del 2001 ai 27,3 del 2004.
Considerando poi tutti i corsi di laurea pre e post riforma dal 2001 al 2004 un dato significativo è rappresentato dal passaggio dal 10.6% al 32.5% dei laureati in corso. Sono però in calo i laureati che hanno fatto un’esperienza all’estero (dall’8.4% del 2003 al 6.8% del 2004, calo vistoso e preoccupante) e va inoltre rilevato che vi è stato, conseguentemente alla riforma, un proliferare di corsi di laurea e di insegnamenti che non sempre favorisce la definizione di profili spendibili sul mercato del lavoro.
A fronte di questi scenari in mutamento ci chiediamo cosa intende fare l’Università per aprire ai propri laureati il mondo del lavoro. Dal nostro quotidiano punto di osservazione, infatti, percepiamo una forte domanda di valorizzazione del capitale umano da parte dei nuovi laureati (come dimostra anche l’indagine del Professor Gori sulle attività del Careers Service), che si interrogano su un mondo del lavoro che non conoscono, di cui non conoscono bene le caratteristiche, di cui non si conoscono bene le modalità e le forme di accesso.
Venendo al versante del lavoro, ricordo che anche la Regione Emilia Romagna di recente ha significativamente deliberato in materia: si aprono nuovi scenari che possono favorire l’occupazione giovanile in un’ottica di flessibilità del mercato che mette al centro la persona con il suo bisogno di lavoro. Nonostante il Paese stia vivendo da tempo un contesto di bassa crescita economica, i dati sull’occupazione resi noti dall’Istat, sono di segno positivo. Nel secondo trimestre del 2005 il numero degli occupati è aumentato di 213.000 unità, pari all’1% su base annua. Inoltre, nel secondo trimestre 2005, il tasso di disoccupazione è sceso al 7.5% con un calo dello 0.4 rispetto all’anno precedente. Dice il rapporto Istat che si comincia a fare strada anche nel nostro mercato del lavoro quella necessaria flessibilità organizzativa utile ad accompagnare l’attuale fase di transizione del sistema produttivo.
Lo studio Excelsior 2005 di Unioncamere rivela che le previsioni occupazionali dei laureati però si attestano all’8.8% del totale delle assunzioni.
Come si vede, quindi, l’employability dei laureati è ancora bassa, e il contesto economico anche nella nostra regione non dà segnali confortanti e mi riferisco alle decine di aziende in crisi che rischiano di chiudere, mettono in casa integrazione, licenziano.
Ci chiediamo che cosa sappia il mondo del lavoro dei nuovi percorsi universitari, ad esempio delle lauree triennali, e quale sia la sua ricettività a questo riguardo: credo che siano domande che ci poniamo un po’ tutti. C’è un bisogno reale delle aziende di comprendere le caratteristiche formative dei nuovi laureati, anche perché la differenza sui mercati è e sarà sempre più fatta dalla capacità di innovare. Concludendo quest’introduzione vorrei perciò fornire un’ipotesi di lavoro.
In questa fase di transizione, in questi scenari in mutamento, la risposta non può essere il placement puro, intendendolo come incrocio freddo di domanda e offerta. Non possono essere, per quanto siano importanti, le sole banche dati: devono trovare qualcosa di complementare, la risposta deve tener presente la persona in tutto il suo valore, guardando alla laurea come ad un punto di partenza.
Occorre sostenere il neolaureato di fronte alla nuova situazione (spesso critica) che si trova ad affrontare, infondendogli fiducia: occorre aiutare a sviluppare il senso critico del giovane di fronte alla realtà, aiutandolo ad orientarsi, stimolandolo a mettersi in gioco e a trovare opportunità che lo soddisfino.
La sfida che oggi aspetta il placement universitario è di diventare creativo e attivo nella costruzione di modelli di intervento che incidano sul mercato del lavoro e che, in linea con le finalità istituzionali dell’università, garantisca una reale introduzione al lavoro.
Il Careers Service si prefigge l’ambizioso obiettivo di raccogliere questa sfida e di porsi tra università e lavoro, operando quotidianamente con le persone e le aziende, favorendo la scoperta da parte dei laureati di percorsi professionali che li soddisfino in un mondo del lavoro che appare sempre più complicato e frammentato nelle sue forme di inserimento. Vuole inoltre aiutare i laureati che si trovano in una condizione considerata “debole” (lauree generaliste, sesso femminile, mancanza di conoscenze), mettendoli nelle condizioni di trovare lavoro al pari degli altri, come dimostra la ricerca sopraccitata. Vuole altresì aiutare le aziende a conoscere il mondo dei laureati e i loro percorsi universitari. La promozione di tirocini come esperienza di formazione e orientamento vuole essere uno stimolo, un input, affinché i due mondi si avvicinino sempre di più. Ma sui servizi e sui dati che caratterizzano il Careers Service si soffermeranno altri relatori.
Do ora la parola, nell’ordine, all’Assessore Regionale Mariangela Bastico, all’Assessore Provinciale Paolo Rebaudengo e all’Amministratore Delegato di Fondazione Ceur Maurizio Carvelli per un saluto introduttivo. |